Fecondazione Assistita: Miti da sfatare – (2) Congelare le tue uova non le rende più deboli

Fecondazione Assistita: Miti da sfatare (2)

Congelare i tuoi embrioni non li rende più “deboli”

Il congelamento degli embrioni in eccesso è un’opzione comune a molte coppie dopo un ciclo di FIVET, lungo il percorso di Fecondazione Assistita.

A questa soluzione si può giungere anche in altri casi: le profonde mutazioni della nostra società avvenute negli ultimi decenni – tra i quali l’allungamento dell’aspettativa di vita, l’accessso al mondo del lavoro più ampio per le donne, senza escludere i miglioramenti della scienza medica – hanno comportato uno spostamento in avanti del periodo in cui una coppia decide di avere figli. Questo comporta spesso che si arrivi alle soglie d’età dove una donna rischia di vedere indebolito il proprio patrimonio embrionale.

Per questo sempre più spesso viene suggerito di congelare gli embrioni anche a coppie che non si trovano di fronte a problemi di infertilità.

Non ci sono prove che questa pratica causi agli embrioni alcun danno: quasi tutti gli embrioni sani sopravviveranno al processo di congelamento.

La ricerca sottolinea, inoltre, che i bambini nati da embrioni congelati non presentano alcun tasso di difetti congeniti più alto rispetto a bambini concepiti per via naturale o grazie ad embrioni prelevati al momento: altro mito che è molto importante sfatare.

Fecondazione Assistita: Miti da sfatare – (1) La FIVET non funziona per le donne obese

Fecondazione Assistita: Miti da sfatare (1)

La FIVET non funziona per le donne obese?

Con questo articolo inauriamo una serie che si occuperà di sfatare alcune false credenze attorno alla Fecondazione Assistita: è molto importante fare chiarezza su alcuni concetti che potrebbero scoraggiare le coppie ad intraprendere un percorso di procreazione medicalmente assistita, specialmente quando concetti scientifici articolati e complessi, vengono trattati con la formula del o è bianco o è nero, che non si confà alla realtà della Scienza.

La prima questione che ci preme affrontare è quella del rapporto tra FIVET e massa corporea delle pazienti trattate.

Uno studio pubblicato sulla rivista BMC Women’s Health nel 2015 ha esaminato la procedura e i risultati di ben 298 cicli di FIVET realizzati su donne di età inferiore ai 38 anni con un’ampia gamma di IMC (indice di massa corporea).

L’indice di massa corporea delle donne prese in esame, hanno mostrato gli scienziati, non ha avuto alcun effetto apparente sui loro cicli di FIVET, o sui loro tassi di gravidanza: i tassi di gravidanza e i numeri relativi a tutte le altre fasi del percorso di cura sono risultati essenzialmente gli stessi in tutte le donne oggetto dello studio.

Nel 2018, però, un nuovo studio ha insistito su un campione di pazienti molto più grande, coinvolgendo 51.198 donne. Quello che è emerso è che i risultati ottenuti sono un po’ più complicati. È emerso in particolare che le donne che sono state etichettate come sovrappeso o obese avevano più probabilità di avere bassi livelli di ovuli e bassi embrioni utilizzabili.

Per capire meglio bisogna considerare che ci sono molti fattori di cui tenere conto, in particolare il fatto che obesità è spesso un termine mal definito e che altri fattori che influenzano la fertilità, tra cui la sindrome dell’ovaio policistico, hanno una stretta relazione anche con il peso.

In buona sostanza, quindi, l’obesità non è impeditiva per un percorso di fecondazione assistita, ma è uno dei tanti fattori possibili che ne potrebbero minare l’efficacia. Prima di intraprendere un trattamento di Fecondazione Assistita è utile che una paziente conclamatamente affetta da obesità valuti con il proprio medico eventuali squilibri ormonali, con il fine di raggiungere comunque una riduzione del peso corporeo.

Parlano di noi nel quotidiano La Nazione

La Nazione, il quotidiano di Firenze, nell’edizione del 10 settembre ha dedicato un’intera pagina alle best practice della sanità locale. C’è spazio anche per il Centro Florence, con un’interessante intervista al nostro responsabile, il dottor Francesco Comodo.

Per noi è davvero importante avere la possibilità di raccontare il nostro lavoro al pubblico più ampio possibile, tanto più perché circola ancora tanta confusione sulla PMA e, più in generale, sul tema della fertilità. Si stima che due coppie su dieci abbiano difficoltà a ottenere la gravidanza per vie naturali; a questo dato contribuisce sicuramente il fatto che, negli ultimi tre decenni, l’età media in cui si concepisce il primo figlio si è spostata in avanti di circa dieci anni.

Diventa quindi fondamentale acquisire consapevolezza e, se necessario, rivolgersi a un medico senza timore. Alle coppie che intraprendono questo percorso possiamo garantire percentuali di successo ben superiori alla media, anche grazie alle tecnologie avanzate descritte dal dottor Comodo nell’intervista.

Scarica l’articolo completo a questo link.

Se hai bisogno di informazioni aggiuntive sui nostri servizi o vuoi fissare una visita, non esitare a contattarci.

Di |2019-09-23T12:05:47+02:0023 Settembre, 2019|Categorie: Blog|0 Commenti

L’infertilità maschile era già conosciuta e trattata nel Medioevo

I risultati di una lunga ricerca storica effettuata nel Regno Unito

In passato abbiamo affrontato spesso il problema del tabù esistente sui temi che riguardano l’infertilità. La resistenza che è riscontrabile anche in ampie fette della società attuale è il frutto di un complesso incrocio di sentimenti e atteggiamenti diffusi, ma molto più probabilmente del fatto che si parla troppo poco di questi argomenti, come invece si dovrebbe fare a partire sin dalla giovane età.

Eppure recentemente è emersa questa nuova evidenza storica che ci racconta quanto sia lungo il rapporto tra le società occidentali e i problemi legati alla capacità di procreare.

Oggi è chiaro come anche l’infertilità maschile fosse già conosciuta, diagnosticata e “curata” nel XIII secolo; così affermano i ricercatori che hanno trovato testi medievali che descrivono test medici e “cure” per l’incapacità degli uomini ad avere figli.

I ricercatori dell’Università di Exeter, nel Regno Unito, hanno analizzato una serie di libri medici e religiosi risalenti al XIII secolo scoprendo che i testi , ampiamente diffusi all’epoca, riconoscevano la possibilità dell’infertilità maschile, avendo una chiara percezione della sterilità e anche di problematiche legate alla debolezza o all’insufficienza del seme maschile.

Lo studio ha riscontrato addirittura l’esistenza di una sorta di test delle urine, ideato per determinare chi tra i due coniuigi fosse da incolpare per l’assenza di figli in un matrimonio, così come di ricette mediche elaborate come trattamento per i problemi legati all’infertilità specifica nei maschi.

La differenza ipotizzata dagli studiosi era che a quell’epoca, nell’Inghilterra medievale, gli uomini venissero ritenuti responsabili del fallimento di una coppia ad avere figli per ragioni legate puramente a disfunzione sessuale impeditiva, mentre le donne fossero accusate di essere incapaci a procreare prevalentemente per ragioni religiose.

I ricercatori hanno scoperto che in Inghilterra, tra il XIII e il XV secolo, l’infertilità maschile era vista come una possibilità non solo tra coloro che avevano studiato medicina in un’università e potevano leggere il latino, ma anche in ampie fette di popolazione meno istruite ma in grado di accedere a testi in inglese.

Sebbene i testi medici tendessero a dedicare maggior spazio alla sterilità femminile, l’infertilità maschile è stata comunque regolarmente discussa come una possibile causa di assenza di figli nei testi accademici e dai medici medievali istruiti – conferma Catherine Rider, storica dell’Università di Exeter.

Durante la ricerca sono stati ritrovati testi scritti in lingua volgare che contenevano riferimenti alla sterilità maschile come possibile causa del mancato concepimento; spesso si trattava della traduzione di testi latini, riadattati e ampliati, che in seguito avrebbero pure influenzato le collezioni di ricette inglesi che avrebbero da allora incluso anche rimedi per l’assenza di figli.

Esiste per esempio un trattato ginecologico del XII secolo intitolato Trotula, di autore anonimo, che fu diffuso e tradotto in inglese e francese. Al suo interno si trovano affermazioni come quella che dice che “il concepimento è ostacolato tanto dalla colpa dell’uomo quanto dalla colpa delle donne”.

Questo testo sulla medicina legata alla donna, allora ampiamente diffuso e letto, descriveva disturbi riproduttivi maschili come forme meno visibili di sterilità e problemi relativi alle erezioni e alla produzione di spermatozoi.

Il libro includeva anche un test, già apparso anche in precedenti testi medievali, per verificare se il difetto risiedesse nell’uomo o nella donna: entrambi – si diceva – avrebbero dovuto urinare in una pentola di crusca e le pentole sarebbero poi dovute essere custodite per nove o dieci giorni. Se dopo quel periodo fossero apparsi vermi in uno dei vasi, quelli avrebbero rivelato quale dei due partner fosse quello infertile.

Non siamo in grado di comprendere appieno quali atteggiamenti fossero tenuti verso l’infertilità maschile nel Medioevo perché abbiamo ritrovato pochissimi documenti che descrivono le esperienze di persone che hanno avuto disturbi riproduttivi – aggiunge la dott.ssa Rider.

È complicato anche sapere, al momento, quanto gli uomini o le donne fossero propensi a cercare un trattamento pratico per l’infertilità. Molte delle prove oggi a nostra disposizione provengono da medici che discutevano sui fatti registrati nei loro pazienti e su come trattare questi problemi.

 

Di |2019-01-10T12:36:32+01:0010 Gennaio, 2019|Categorie: Blog|Tag: , |0 Commenti

La procreazione medicalmente assistita vista da “lui”

La procreazione medicalmente assistita vista da “lui”

Il percorso che la medicina è in grado di offrire a chi soffre la condizione di infertilità è lungo e stancante. Nel corso del tempo la coppia ha bisogno di un sostegno importante. Le pazienti, nello specifico, sono spesso più attrezzate e motivate a incontrare anche lo psicologo, così come a far parte di gruppi di discussione, chiedere il supporto morale e fisico delle amiche più strette.

L’uomo invece spesso si sente di dover essere il supereroe che tiene tutto in pugno, ma ha invece parimenti bisogno di attenzioni, di stimoli, di conforto, pur dovendo incarnare comunque un ruolo fondamentale, non volando con il mantello, ma da vero partner.

L’inizio è il medesimo per tutti: si sceglie di avere un figlio, si procede per tentativi, poi cominciano le prime preoccupazioni quando le cose non vanno, dopo arrivano i consulti medici e infine, in alcuni casi, arriva la diagnosi di infertilità spesso curabile con uno tra i molti metodi adesso a disposizione della scienza.

L’infertilità fino ad allora è stata semplicemente quella cosa che succede ad altri. Il cambio di prospettiva quando invece tocca a noi è già, di per sé, un momento particolarmente delicato.

Inizialmente è fondamentale comprendere che l’infertilità si può affrontare con maggiore forza se si agisce come coppia e non come singoli individui. È fondamentale farlo, quando possible: la complicità, il supporto e l’ascolto reciproco sono l’humus ideale sul quale un progetto di fecondazione assistita può crescere robusto.

Quali sono quindi le cose di cui tenere conto se si è la parte maschile di una coppia infertile?

Conosci il tuo nemico

Il percorso di fecondazione in vitro o di qualsiasi altra terapia contro l’infertilità è molto complesso e prevede una serie estesa di terapie, test e assunzioni di farmaci. Segui la tua compagna in questo percorso cercando di comprendere bene quali siano le procedure, le dosi, le modalità, quasi come se fossi tu a doverli affrontare in prima persona. Ci saranno giorni in cui la vita quotidiana, le pressioni costanti e tutto il contesto, renderanno difficile per la tua partner rispettare tutti i compiti che la terapia le sottoporrà. Per questo avere il tuo aiuto, dove non dovrai prendere il controllo ma affiancarla, sarà decisivo per la serenità di entrambi.

Fai il difensore arcigno rispettando il fair play

Le persone che verranno a conoscenza della vostra condizione, anche le più care e premurose, probabilmente si sentiranno in dovere di dire qualcosa, darvi dei consigli, mostrarsi presenti non già semplicemente supportandovi ma anche dispensando frasi tipiche che normalmente possono mettere ulteriormente in crisi te e soprattutto la tua partner. In questo caso è molto importante che sia tu a prevenire o stoppare queste pratiche, spiegando come la delicatezza del momento esiga vicinanza ma non altro. Stiamo parlando di equilibri spesso molto fragili, di rapporti che vogliamo che proseguano ma all’interno di un confine di chiarezza che spetta a voi delimitare: basta essere sinceri con gli altri sin da subito per evitare problemi dei quali farete molto meglio a meno.

Sii il monolite della coppia

Qui non si tratta di mettere in campo ancestrali e stereotipate divisioni tra l’uomo forte e le donna materna, quanto di praticità. È importante ribadire che il tuo ruolo in tutta la vicenda sarà sicuramente più semplice di quello della tua partner. Lei vivrà sul proprio corpo tutta la terapia mentre condividerà con te anche la parte psicologica ed emozionale. Per questo sarebbe importante che tu ti facessi carico di svolgere il ruolo di rassicuratore, a tratti anche aggiungendo delle piccole menzogne, se serve. Rassicurala, sii positivo, falle sentire che stai tifando per entrambi e che hai buone sensazioni, che non stai cedendo a pensieri negativi. Questo non risolve il problema, bisogna essere onesti. Per molte coppie possono volerci più cicli di terapia prima che il sogno si avveri. Per molte altre invece non esiste proprio una cura o comunque non si riesce in quello che si sta tentando da molto tempo. Malgrado questo la tua partner deve poterti sentire positivo, soltanto così potrà superare il doppio ruolo e la doppia difficoltà. Essere partner può esplicitarsi anche attraverso gesti soltanto apparentemente piccoli: tenerle la mano durante le sedute, offrire la propria spalla in una serata no, essere presente il più possibile agli incontri con i medici e con tutto il gruppo di supporto alla terapia.

Tutto il resto viene con il buon senso. Nessuno può insegnare ad una coppia come affrontare la procreazione medicalmente assistita, si possono soltanto dare dei semplici consigli, come abbiamo tentato di fare noi. Parlate, confrontatevi su come stanno andando le cose, ponetevi legittimamente tutte le domande che vi vengono in mente. La risposta a tutti i dubbi e alle perplessità non è a portata di mano, ma si può trovare più facilmente se si affronta quanto più possibile insieme.

Di |2018-09-06T16:37:25+02:006 Settembre, 2018|Categorie: Blog|0 Commenti
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