Fecondazione Assistita: Miti da sfatare – (3) I bambini nati dalla FIVET non sono diversi dagli altri

Fecondazione Assistita: Miti da sfatare – (3)

I bambini nati dalla FIVET non sono diversi dagli altri

I bambini nati grazie alla fecondazione assistita sono stati oggetto di molti studi nel corso degli anni. Sono state realizzate molte indagini scientifiche per assicurarsi che il processo sia sicuro, e i risultati sono abbastanza chiari: essere concepiti attraverso la FIVET non sembra influire in modo sostanziale su di loro.

Più di 5 milioni di bambini sono nati negli ultimi anni grazie alla Fecondazione Assistita

Il tasso di nascite ottenute grazie alla FIVET è aumentato drasticamente negli ultimi anni, in concomitanza con la costante diminuzione dei tassi di fertilità in tutto il mondo. Ad oggi, con l’aiuto di queste tecnologie sono nati più di 5 milioni di bambini. Tuttavia, per molto tempo ci sono state preoccupazioni circa i potenziali problemi di salute nei bambini concepiti con la FIVET. Una lunga serie di studi dimostrano che questi timori sono in gran parte infondati.

Da quando è nato il primo bambino grazie alla FIVET nel 1978, gli scienziati hanno sollevato preoccupazioni su potenziali difetti di nascita e problemi di salute nei bambini concepiti con queste tecniche. La maggior parte dei bambini appare sana, ma è stato segnalato un piccolo aumento dei problemi di salute a margine, come il basso peso alla nascita e il parto prematuro. Poiché la FIVET è disponibile solo da circa 40 anni, gli effetti a lungo termine sulla salute di questa tecnologia non sono ancora stati pienamente esplorati.

A livello generale ci sono sempre più prove che alcuni fattori di rischio, come la cattiva alimentazione materna al momento del concepimento durante la gravidanza, possano influenzare la salute di una persona in età avanzata, per chiunque di noi. Recenti studi hanno dimostrato che alcuni di questi effetti a lungo termine sulla salute possono essere codificati grazie all’epigenetica.

L’epigenetica è una branca della genetica che studia le variazioni nell’espressione dei nostri geni che non sono provocate da vere e proprie mutazioni genetiche, ma che possono essere comunque trasmissibili.

L’epigenetica si occupa dunque dei meccanismi biologici che regolano i geni. Gli interruttori epigenetici controllano se i geni sono attivati o silenziati. Gli eventi che si verificano nello sviluppo precoce, compreso il tempo tra il concepimento e la nascita, possono influenzare la salute in età avanzata e l’epigenetica gioca un ruolo importante in questo processo.

Ricerche precedenti hanno studiato il legame tra epigenetica e fecondazione in vitro, ma i risultati sono risultati incoerenti. Uno dei motivi è che il trattamento della fertilità è spesso associato a fattori di rischio comuni come l’essere madri più anziane o avere parti gemellari o plurigemellari, che hanno più probabilità di essere partoriti prematuramente e con un peso alla nascita inferiore.

Lo studio sui parti gemellari

Uno studio recente ha esaminato i cambiamenti epigenetici di coppie di gemelli nati con la FIVET assieme a quelli di bambini concepiti in modo naturale. La scelta dei ricercatori, in questo caso, è stata quella di utilizzare soltanto dati di bambini nati da gravidanze gemellari per evitare di trovare differenze epigenetiche attribuite a nascite singole e multiple.

I risultati dello studio non hanno mostrato differenze epigenetiche importanti nei gemelli concepiti con la fecondazione in vitro, ma soltanto piccoli cambiamenti epigenetici di impatto minore.

Lo studio sui gemelli fornisce un’opportunità unica di separare l’effetto dell’ambiente e dei geni sui tratti umani. Le esposizioni ambientali possono essere condivise da entrambi i gemelli in una coppia, ad esempio nell’utero, oppure le esposizioni possono essere specifiche per ogni gemello. Utilizzando questo approccio si è scoperto che i fattori ambientali specifici di ciascun gemello avevano più probabilità di influenzare i cambiamenti epigenetici  rispetto a ciò che potrebbe fare la tecnica utilizzata per farli nascere. Soltanto in alcuni casi i risultati hanno mostrato che la procedura di FIVET introduce una leggera variabilità nei segni epigenetici.

A livello generale le differenze epigenetiche di un certo rilievo sono state identificate nello studio di malattie croniche comuni come il cancro, i disturbi psichiatrici e il diabete, mentre non sono state trovate differenze epigenetiche così importanti nei bambini concepiti con la FIVET.

I risultati di questa e di tante altre ricerce sul campo sono rassicuranti per i genitori che hanno usato la FIVET e per i bambini concepiti con questa tecnica, poiché suggeriscono che la procreazione assistita ha uno scarso impatto sui cambiamenti epigenetici e sulla salute futura.

Ci sono prove che i bambini concepiti in FIVET dopo il trasferimento di embrioni freschi, nascono un po’ più piccoli dei bambini concepiti spontaneamente – ha  per esempio scritto il professor Nick Macklon del London Women’s Clinic Group – Allo stato delle nostre conoscenze attuali, tuttavia, queste differenze non sembrano avere conseguenze a lungo termine e molti bambini in FIVET sono ora genitori sani di bambini concepiti naturalmente.


Fecondazione Assistita: Miti da sfatare – (2) Congelare le tue uova non le rende più deboli

Fecondazione Assistita: Miti da sfatare (2)

Congelare i tuoi embrioni non li rende più “deboli”

Il congelamento degli embrioni in eccesso è un’opzione comune a molte coppie dopo un ciclo di FIVET, lungo il percorso di Fecondazione Assistita.

A questa soluzione si può giungere anche in altri casi: le profonde mutazioni della nostra società avvenute negli ultimi decenni – tra i quali l’allungamento dell’aspettativa di vita, l’accessso al mondo del lavoro più ampio per le donne, senza escludere i miglioramenti della scienza medica – hanno comportato uno spostamento in avanti del periodo in cui una coppia decide di avere figli. Questo comporta spesso che si arrivi alle soglie d’età dove una donna rischia di vedere indebolito il proprio patrimonio embrionale.

Per questo sempre più spesso viene suggerito di congelare gli embrioni anche a coppie che non si trovano di fronte a problemi di infertilità.

Non ci sono prove che questa pratica causi agli embrioni alcun danno: quasi tutti gli embrioni sani sopravviveranno al processo di congelamento.

La ricerca sottolinea, inoltre, che i bambini nati da embrioni congelati non presentano alcun tasso di difetti congeniti più alto rispetto a bambini concepiti per via naturale o grazie ad embrioni prelevati al momento: altro mito che è molto importante sfatare.

Fecondazione Assistita: Miti da sfatare – (1) La FIVET non funziona per le donne obese

Fecondazione Assistita: Miti da sfatare (1)

La FIVET non funziona per le donne obese?

Con questo articolo inauriamo una serie che si occuperà di sfatare alcune false credenze attorno alla Fecondazione Assistita: è molto importante fare chiarezza su alcuni concetti che potrebbero scoraggiare le coppie ad intraprendere un percorso di procreazione medicalmente assistita, specialmente quando concetti scientifici articolati e complessi, vengono trattati con la formula del o è bianco o è nero, che non si confà alla realtà della Scienza.

La prima questione che ci preme affrontare è quella del rapporto tra FIVET e massa corporea delle pazienti trattate.

Uno studio pubblicato sulla rivista BMC Women’s Health nel 2015 ha esaminato la procedura e i risultati di ben 298 cicli di FIVET realizzati su donne di età inferiore ai 38 anni con un’ampia gamma di IMC (indice di massa corporea).

L’indice di massa corporea delle donne prese in esame, hanno mostrato gli scienziati, non ha avuto alcun effetto apparente sui loro cicli di FIVET, o sui loro tassi di gravidanza: i tassi di gravidanza e i numeri relativi a tutte le altre fasi del percorso di cura sono risultati essenzialmente gli stessi in tutte le donne oggetto dello studio.

Nel 2018, però, un nuovo studio ha insistito su un campione di pazienti molto più grande, coinvolgendo 51.198 donne. Quello che è emerso è che i risultati ottenuti sono un po’ più complicati. È emerso in particolare che le donne che sono state etichettate come sovrappeso o obese avevano più probabilità di avere bassi livelli di ovuli e bassi embrioni utilizzabili.

Per capire meglio bisogna considerare che ci sono molti fattori di cui tenere conto, in particolare il fatto che obesità è spesso un termine mal definito e che altri fattori che influenzano la fertilità, tra cui la sindrome dell’ovaio policistico, hanno una stretta relazione anche con il peso.

In buona sostanza, quindi, l’obesità non è impeditiva per un percorso di fecondazione assistita, ma è uno dei tanti fattori possibili che ne potrebbero minare l’efficacia. Prima di intraprendere un trattamento di Fecondazione Assistita è utile che una paziente conclamatamente affetta da obesità valuti con il proprio medico eventuali squilibri ormonali, con il fine di raggiungere comunque una riduzione del peso corporeo.

Parlano di noi nel quotidiano La Nazione

La Nazione, il quotidiano di Firenze, nell’edizione del 10 settembre ha dedicato un’intera pagina alle best practice della sanità locale. C’è spazio anche per il Centro Florence, con un’interessante intervista al nostro responsabile, il dottor Francesco Comodo.

Per noi è davvero importante avere la possibilità di raccontare il nostro lavoro al pubblico più ampio possibile, tanto più perché circola ancora tanta confusione sulla PMA e, più in generale, sul tema della fertilità. Si stima che due coppie su dieci abbiano difficoltà a ottenere la gravidanza per vie naturali; a questo dato contribuisce sicuramente il fatto che, negli ultimi tre decenni, l’età media in cui si concepisce il primo figlio si è spostata in avanti di circa dieci anni.

Diventa quindi fondamentale acquisire consapevolezza e, se necessario, rivolgersi a un medico senza timore. Alle coppie che intraprendono questo percorso possiamo garantire percentuali di successo ben superiori alla media, anche grazie alle tecnologie avanzate descritte dal dottor Comodo nell’intervista.

Scarica l’articolo completo a questo link.

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Di |2019-09-23T12:05:47+02:00Settembre 23rd, 2019|Categorie: Blog|0 Commenti

L’infertilità maschile era già conosciuta e trattata nel Medioevo

I risultati di una lunga ricerca storica effettuata nel Regno Unito

In passato abbiamo affrontato spesso il problema del tabù esistente sui temi che riguardano l’infertilità. La resistenza che è riscontrabile anche in ampie fette della società attuale è il frutto di un complesso incrocio di sentimenti e atteggiamenti diffusi, ma molto più probabilmente del fatto che si parla troppo poco di questi argomenti, come invece si dovrebbe fare a partire sin dalla giovane età.

Eppure recentemente è emersa questa nuova evidenza storica che ci racconta quanto sia lungo il rapporto tra le società occidentali e i problemi legati alla capacità di procreare.

Oggi è chiaro come anche l’infertilità maschile fosse già conosciuta, diagnosticata e “curata” nel XIII secolo; così affermano i ricercatori che hanno trovato testi medievali che descrivono test medici e “cure” per l’incapacità degli uomini ad avere figli.

I ricercatori dell’Università di Exeter, nel Regno Unito, hanno analizzato una serie di libri medici e religiosi risalenti al XIII secolo scoprendo che i testi , ampiamente diffusi all’epoca, riconoscevano la possibilità dell’infertilità maschile, avendo una chiara percezione della sterilità e anche di problematiche legate alla debolezza o all’insufficienza del seme maschile.

Lo studio ha riscontrato addirittura l’esistenza di una sorta di test delle urine, ideato per determinare chi tra i due coniuigi fosse da incolpare per l’assenza di figli in un matrimonio, così come di ricette mediche elaborate come trattamento per i problemi legati all’infertilità specifica nei maschi.

La differenza ipotizzata dagli studiosi era che a quell’epoca, nell’Inghilterra medievale, gli uomini venissero ritenuti responsabili del fallimento di una coppia ad avere figli per ragioni legate puramente a disfunzione sessuale impeditiva, mentre le donne fossero accusate di essere incapaci a procreare prevalentemente per ragioni religiose.

I ricercatori hanno scoperto che in Inghilterra, tra il XIII e il XV secolo, l’infertilità maschile era vista come una possibilità non solo tra coloro che avevano studiato medicina in un’università e potevano leggere il latino, ma anche in ampie fette di popolazione meno istruite ma in grado di accedere a testi in inglese.

Sebbene i testi medici tendessero a dedicare maggior spazio alla sterilità femminile, l’infertilità maschile è stata comunque regolarmente discussa come una possibile causa di assenza di figli nei testi accademici e dai medici medievali istruiti – conferma Catherine Rider, storica dell’Università di Exeter.

Durante la ricerca sono stati ritrovati testi scritti in lingua volgare che contenevano riferimenti alla sterilità maschile come possibile causa del mancato concepimento; spesso si trattava della traduzione di testi latini, riadattati e ampliati, che in seguito avrebbero pure influenzato le collezioni di ricette inglesi che avrebbero da allora incluso anche rimedi per l’assenza di figli.

Esiste per esempio un trattato ginecologico del XII secolo intitolato Trotula, di autore anonimo, che fu diffuso e tradotto in inglese e francese. Al suo interno si trovano affermazioni come quella che dice che “il concepimento è ostacolato tanto dalla colpa dell’uomo quanto dalla colpa delle donne”.

Questo testo sulla medicina legata alla donna, allora ampiamente diffuso e letto, descriveva disturbi riproduttivi maschili come forme meno visibili di sterilità e problemi relativi alle erezioni e alla produzione di spermatozoi.

Il libro includeva anche un test, già apparso anche in precedenti testi medievali, per verificare se il difetto risiedesse nell’uomo o nella donna: entrambi – si diceva – avrebbero dovuto urinare in una pentola di crusca e le pentole sarebbero poi dovute essere custodite per nove o dieci giorni. Se dopo quel periodo fossero apparsi vermi in uno dei vasi, quelli avrebbero rivelato quale dei due partner fosse quello infertile.

Non siamo in grado di comprendere appieno quali atteggiamenti fossero tenuti verso l’infertilità maschile nel Medioevo perché abbiamo ritrovato pochissimi documenti che descrivono le esperienze di persone che hanno avuto disturbi riproduttivi – aggiunge la dott.ssa Rider.

È complicato anche sapere, al momento, quanto gli uomini o le donne fossero propensi a cercare un trattamento pratico per l’infertilità. Molte delle prove oggi a nostra disposizione provengono da medici che discutevano sui fatti registrati nei loro pazienti e su come trattare questi problemi.

 

Di |2019-01-10T12:36:32+01:00Gennaio 10th, 2019|Categorie: Blog|Tag: , |0 Commenti
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