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L’infertilità maschile era già conosciuta e trattata nel Medioevo

I risultati di una lunga ricerca storica effettuata nel Regno Unito

In passato abbiamo affrontato spesso il problema del tabù esistente sui temi che riguardano l’infertilità. La resistenza che è riscontrabile anche in ampie fette della società attuale è il frutto di un complesso incrocio di sentimenti e atteggiamenti diffusi, ma molto più probabilmente del fatto che si parla troppo poco di questi argomenti, come invece si dovrebbe fare a partire sin dalla giovane età.

Eppure recentemente è emersa questa nuova evidenza storica che ci racconta quanto sia lungo il rapporto tra le società occidentali e i problemi legati alla capacità di procreare.

Oggi è chiaro come anche l’infertilità maschile fosse già conosciuta, diagnosticata e “curata” nel XIII secolo; così affermano i ricercatori che hanno trovato testi medievali che descrivono test medici e “cure” per l’incapacità degli uomini ad avere figli.

I ricercatori dell’Università di Exeter, nel Regno Unito, hanno analizzato una serie di libri medici e religiosi risalenti al XIII secolo scoprendo che i testi , ampiamente diffusi all’epoca, riconoscevano la possibilità dell’infertilità maschile, avendo una chiara percezione della sterilità e anche di problematiche legate alla debolezza o all’insufficienza del seme maschile.

Lo studio ha riscontrato addirittura l’esistenza di una sorta di test delle urine, ideato per determinare chi tra i due coniuigi fosse da incolpare per l’assenza di figli in un matrimonio, così come di ricette mediche elaborate come trattamento per i problemi legati all’infertilità specifica nei maschi.

La differenza ipotizzata dagli studiosi era che a quell’epoca, nell’Inghilterra medievale, gli uomini venissero ritenuti responsabili del fallimento di una coppia ad avere figli per ragioni legate puramente a disfunzione sessuale impeditiva, mentre le donne fossero accusate di essere incapaci a procreare prevalentemente per ragioni religiose.

I ricercatori hanno scoperto che in Inghilterra, tra il XIII e il XV secolo, l’infertilità maschile era vista come una possibilità non solo tra coloro che avevano studiato medicina in un’università e potevano leggere il latino, ma anche in ampie fette di popolazione meno istruite ma in grado di accedere a testi in inglese.

Sebbene i testi medici tendessero a dedicare maggior spazio alla sterilità femminile, l’infertilità maschile è stata comunque regolarmente discussa come una possibile causa di assenza di figli nei testi accademici e dai medici medievali istruiti – conferma Catherine Rider, storica dell’Università di Exeter.

Durante la ricerca sono stati ritrovati testi scritti in lingua volgare che contenevano riferimenti alla sterilità maschile come possibile causa del mancato concepimento; spesso si trattava della traduzione di testi latini, riadattati e ampliati, che in seguito avrebbero pure influenzato le collezioni di ricette inglesi che avrebbero da allora incluso anche rimedi per l’assenza di figli.

Esiste per esempio un trattato ginecologico del XII secolo intitolato Trotula, di autore anonimo, che fu diffuso e tradotto in inglese e francese. Al suo interno si trovano affermazioni come quella che dice che “il concepimento è ostacolato tanto dalla colpa dell’uomo quanto dalla colpa delle donne”.

Questo testo sulla medicina legata alla donna, allora ampiamente diffuso e letto, descriveva disturbi riproduttivi maschili come forme meno visibili di sterilità e problemi relativi alle erezioni e alla produzione di spermatozoi.

Il libro includeva anche un test, già apparso anche in precedenti testi medievali, per verificare se il difetto risiedesse nell’uomo o nella donna: entrambi – si diceva – avrebbero dovuto urinare in una pentola di crusca e le pentole sarebbero poi dovute essere custodite per nove o dieci giorni. Se dopo quel periodo fossero apparsi vermi in uno dei vasi, quelli avrebbero rivelato quale dei due partner fosse quello infertile.

Non siamo in grado di comprendere appieno quali atteggiamenti fossero tenuti verso l’infertilità maschile nel Medioevo perché abbiamo ritrovato pochissimi documenti che descrivono le esperienze di persone che hanno avuto disturbi riproduttivi – aggiunge la dott.ssa Rider.

È complicato anche sapere, al momento, quanto gli uomini o le donne fossero propensi a cercare un trattamento pratico per l’infertilità. Molte delle prove oggi a nostra disposizione provengono da medici che discutevano sui fatti registrati nei loro pazienti e su come trattare questi problemi.

 

By |2019-01-10T12:36:32+01:00Gennaio 10th, 2019|Categories: Blog|Tags: , |0 Comments

La procreazione medicalmente assistita vista da “lui”

La procreazione medicalmente assistita vista da “lui”

Il percorso che la medicina è in grado di offrire a chi soffre la condizione di infertilità è lungo e stancante. Nel corso del tempo la coppia ha bisogno di un sostegno importante. Le pazienti, nello specifico, sono spesso più attrezzate e motivate a incontrare anche lo psicologo, così come a far parte di gruppi di discussione, chiedere il supporto morale e fisico delle amiche più strette.

L’uomo invece spesso si sente di dover essere il supereroe che tiene tutto in pugno, ma ha invece parimenti bisogno di attenzioni, di stimoli, di conforto, pur dovendo incarnare comunque un ruolo fondamentale, non volando con il mantello, ma da vero partner.

L’inizio è il medesimo per tutti: si sceglie di avere un figlio, si procede per tentativi, poi cominciano le prime preoccupazioni quando le cose non vanno, dopo arrivano i consulti medici e infine, in alcuni casi, arriva la diagnosi di infertilità spesso curabile con uno tra i molti metodi adesso a disposizione della scienza.

L’infertilità fino ad allora è stata semplicemente quella cosa che succede ad altri. Il cambio di prospettiva quando invece tocca a noi è già, di per sé, un momento particolarmente delicato.

Inizialmente è fondamentale comprendere che l’infertilità si può affrontare con maggiore forza se si agisce come coppia e non come singoli individui. È fondamentale farlo, quando possible: la complicità, il supporto e l’ascolto reciproco sono l’humus ideale sul quale un progetto di fecondazione assistita può crescere robusto.

Quali sono quindi le cose di cui tenere conto se si è la parte maschile di una coppia infertile?

Conosci il tuo nemico

Il percorso di fecondazione in vitro o di qualsiasi altra terapia contro l’infertilità è molto complesso e prevede una serie estesa di terapie, test e assunzioni di farmaci. Segui la tua compagna in questo percorso cercando di comprendere bene quali siano le procedure, le dosi, le modalità, quasi come se fossi tu a doverli affrontare in prima persona. Ci saranno giorni in cui la vita quotidiana, le pressioni costanti e tutto il contesto, renderanno difficile per la tua partner rispettare tutti i compiti che la terapia le sottoporrà. Per questo avere il tuo aiuto, dove non dovrai prendere il controllo ma affiancarla, sarà decisivo per la serenità di entrambi.

Fai il difensore arcigno rispettando il fair play

Le persone che verranno a conoscenza della vostra condizione, anche le più care e premurose, probabilmente si sentiranno in dovere di dire qualcosa, darvi dei consigli, mostrarsi presenti non già semplicemente supportandovi ma anche dispensando frasi tipiche che normalmente possono mettere ulteriormente in crisi te e soprattutto la tua partner. In questo caso è molto importante che sia tu a prevenire o stoppare queste pratiche, spiegando come la delicatezza del momento esiga vicinanza ma non altro. Stiamo parlando di equilibri spesso molto fragili, di rapporti che vogliamo che proseguano ma all’interno di un confine di chiarezza che spetta a voi delimitare: basta essere sinceri con gli altri sin da subito per evitare problemi dei quali farete molto meglio a meno.

Sii il monolite della coppia

Qui non si tratta di mettere in campo ancestrali e stereotipate divisioni tra l’uomo forte e le donna materna, quanto di praticità. È importante ribadire che il tuo ruolo in tutta la vicenda sarà sicuramente più semplice di quello della tua partner. Lei vivrà sul proprio corpo tutta la terapia mentre condividerà con te anche la parte psicologica ed emozionale. Per questo sarebbe importante che tu ti facessi carico di svolgere il ruolo di rassicuratore, a tratti anche aggiungendo delle piccole menzogne, se serve. Rassicurala, sii positivo, falle sentire che stai tifando per entrambi e che hai buone sensazioni, che non stai cedendo a pensieri negativi. Questo non risolve il problema, bisogna essere onesti. Per molte coppie possono volerci più cicli di terapia prima che il sogno si avveri. Per molte altre invece non esiste proprio una cura o comunque non si riesce in quello che si sta tentando da molto tempo. Malgrado questo la tua partner deve poterti sentire positivo, soltanto così potrà superare il doppio ruolo e la doppia difficoltà. Essere partner può esplicitarsi anche attraverso gesti soltanto apparentemente piccoli: tenerle la mano durante le sedute, offrire la propria spalla in una serata no, essere presente il più possibile agli incontri con i medici e con tutto il gruppo di supporto alla terapia.

Tutto il resto viene con il buon senso. Nessuno può insegnare ad una coppia come affrontare la procreazione medicalmente assistita, si possono soltanto dare dei semplici consigli, come abbiamo tentato di fare noi. Parlate, confrontatevi su come stanno andando le cose, ponetevi legittimamente tutte le domande che vi vengono in mente. La risposta a tutti i dubbi e alle perplessità non è a portata di mano, ma si può trovare più facilmente se si affronta quanto più possibile insieme.

By |2018-09-06T16:37:25+01:00Settembre 6th, 2018|Categories: Blog|0 Comments

Ovaie artificiali sviluppate e testate in Danimarca

Ovaie artificiali potrebbero aiutare a concepire le donne uscite dalla chemioterapia


Il loro sviluppo utilizzabile per permettere di diventare madri a molte donne che hanno subito trattamenti medici invalidanti dal punto di vista della fertilità


Ci sono patologie, già gravi per gli alti livelli di mortalità, le cui cure attualmente utilizzabili hanno effetti molto pesanti sul nostro organismo. La chemioterapia per esempio, così come di altre terapie per la cura delle malattie del sangue, portano con loro tutta una serie di effetti collaterali con i quali i pazienti devono convivere. Tra questi l’infertilità.


Un gruppo di ricercatori medici è stato in grado di sviluppare un ovaio artificiale, realizzato con tessuti e ovuli umani, in grado di permettere a donne che hanno avuto a che fare con trattamenti medici invalidanti dal punto di vista della fertilità di diventare madri.


Il team di Copenaghen che ha portato avanti la ricerca è stato in grado di dimostrare che un ovaio prodotto in laboratorio potrebbe tenere in vita uova umane per settimane, aumentando le speranze che questo approccio possa un giorno aiutare le donne a diventare madri dopo aver subito trattamenti invasivi come la chemioterapia o la radioterapia.


Le ovaie artificiali impiantate potrebbero svolgere il medesimo compito anche per aiutare pazienti affette da patologie che possono richiedere terapie aggressive per la fertilità come la sclerosi multipla o l’anemia mediterranea, così come aiutare donne colpite dalla menopausa precoce.


Le donne che affrontano una diagnosi di cancro possono già oggi rimuovere il tessuto ovarico e congelarlo in maniera da poterlo riutilizzare in seguito per sottoporsi a trattamenti per la fertilità. Per la maggior parte dei pazienti la procedura è sicura, ma alcuni tipi di cancro, come quello alle ovaie o le leucemie, possono invadere il tessuto ovarico stesso. In questo caso, quando il tessuto congelato viene riposizionato, si incorre nel rischio che la malattia si ripresenti. Per questo motivo il congelamento del tessuto ovarico è raramente offerto a pazienti ad alto rischio ed è proprio in questi casi specifici che i ricercatori del Rigshospitalet di Copenaghen credono che le ovaie artificiali possano essere un’opzione più sicura.


Come è stato realizzato un ovaio artificiale


Attraverso l’uso di determinati prodotti chimici si è spogliato il tessuto ovarico di tutte le sue cellule, comprese quelle tumorali. Quello che è rimasto è una sorta di impalcatura di mero tessuto composto in gran parte da collagene, la proteina che dà alla pelle la sua forza. Su questa impalcatura i medici hanno quindi seminato centinaia di follicoli umani, le piccole sacche che contengono le uova in fase iniziale.


I risultati della ricerca saranno presentati proprio in queste ore presso la European Society of Human Reproduction and Embryology a Barcellona, dove verrà spiegato come il team sia riuscito nell’intento di impiantare un’ovaia artificiale che conteneva 20 follicoli umani in un topo, scoprendo che un quarto di loro è sopravvissuto per almeno tre settimane e dimostrando che l’organismo dell’animale stava reagendo positivamente, grazie allo sviluppo naturale di vasi sanguigni in grado di nutrire l’impianto.


Questi risultati sono molto importanti perché rappresentano concretamente una delle possibili alternative al congelamento del tessuto ovarico e al rischio basso ma esistente che con esso si reimpianti anche il cancro, ma richiederanno ancora molto tempo prima che si possa effettivamente sperimentare sul corpo umano, non meno di 5-10 anni.


Come sempre seguiremo con attenzione gli sviluppi di questa nuova tecnologia e vi terremo aggiornati qualora emergessero altre novità nei prossimi tempi.

By |2018-07-02T12:42:30+01:00Luglio 2nd, 2018|Categories: Blog|0 Comments

Infertilità: la forza e la speranza

Infertilità: la forza e la speranza che non pensavi di avere


Una testimonianza


Troppo spesso parliamo di infertilità dal nostro punto di vista: quello di medici e operatori del settore che tentano di spiegare, far conoscere, introdurre.


Le persone che si trovano di fronte a questa condizione, affrontando la sfida, sanno perfettamente quanto sia coinvolta anche la sfera emotiva, quanto siano importanti l’atteggiamento e l’approccio.  Trovarsi a vivere un problema di infertilità provoca una ferita profonda che ognuno affronta in maniera diversa. Ma sempre più persone che hanno vissuto l’esperienza, a distanza di anni, avrebbero voluto sapere cose che allora non immaginavano, come la donna la cui testimonianza abbiamo trovato in Rete in un articolo che ha scritto per una rivista americana dedicata all’infertilità e della quale vi riproponiamo alcuni stralci, sperando che possano ispirarvi.



“Quando ci troviamo di fronte ad avversità di vario tipo spesso ci stupiamo di quello che siamo capaci di fare per affrontarle, superarle o sopravvivervi. In molti casi diciamo a noi stessi che non abbiamo altra scelta che essere forti, malgrado si faccia fatica ad immaginare come. Ma riflettendo su ciò che è capitato a me, col senno di poi, devo ammettere di aver avuto molta più forza di quanto immaginassi, tanta determinazione e speranza, che è sempre stata intensa e mi ha aiutato.


Parlando della mia esperienza, ci sono stati almeno tre casi emblematici che mi tornano in mente: aver affrontato un aborto da sola, essermi fatta delle iniezioni nel bagno di un ristorante e credere fortemente che ci fosse un embrione che mi avrebbe reso mamma.


Dopo un anno di tentativi, io e mio marito siamo stati in grado di concepire mentre eravamo seguiti già da un medico specialista. Eravamo così eccitati che decidemmo di comunicare tutto ai nostri cari durante la festa del Ringraziamento malgrado la mia gravidanza fosse di appena 8 settimane. La domenica successiva mio marito partì per un viaggio d’affari mentre io andavo avanti con la vita di tutti i giorni. A metà settimana notai delle perdite. Mi fu detto che si trattava di eventi normali durante un’ecografia: il battito era perfettamente regolare. Più tardi quella notte, però, mi svegliai in preda a terribili crampi. Stavo sanguinando molto e avevo con me soltanto dei tamponi o poco più. Ero da sola, nel bel mezzo della notte, mentre stavo perdendo quel figlio per il quale avevo pregato così tanto.


Spero di non dovermi trovare mai più ad affrontare qualcosa di simile, ma esiste una sola triste realtà: probabilmente capiterà. Magari sarà anche qualcosa di peggiore. Ma adesso so con certezza di avere nervi d’acciaio quando ce n’è bisogno. So che avrò la forza per fare quello che va fatto. Ebbi allora, e penso avrei ancora, la capacità di andare avanti, di non bloccarmi.


Un altro esempio mi viene pensando ad un periodo in cui avevo cominciato da poco un ciclo di fecondazione in vitro. Ricordo che ero molto apprensiva rispetto alle iniezioni che dovevo fare, così mi ero costruita una specie di rituale che mi aiutasse a focalizzarmi su tutti i passi corretti da seguire e preghiere che mi dessero la speranza che pensavo di non avere. Il mio rito aveva necessariamente bisogno delle comodità e dell’intimità del bagno della mia casa.


Un giorno ricevetti un invito all’ultimo minuto per una cena dove avrei potuto rivedere dei carissimi amici che vivevano ormai lontano ma che si trovavano in città per poche ore. Purtroppo l’appuntamento era fissato proprio in quella finestra di tempo in cui avrei dovuto farmi le iniezioni. Le scelte possibili erano soltanto due: rinunciare a rivedere questi carissimi amici o trovare il modo di farmi le iniezioni nel bagno del ristorante.


Mi ci volle un po’ a convincere sia me stessa che mio marito che avrei potuto farcela. Mi resi conto che il mio rituale casalingo era qualcosa che probabilmente aveva più a che fare con la paura e la superstizione, piuttosto che con la realtà. Era come se avessi permesso al processo di fecondazione in vitro di prendere possesso di me, piuttosto che affrontarlo come uno degli eventi che la vita ti mette di fronte. Ovviamente al centro di tutto c’era la speranza che ci fosse un bambino in arrivo, quindi avrei dovuto sciogliere le mie riserve ma mantenere un certo livello di attenzione e di rispetto per il processo che stavo affrontando.


Andai a quella cena. Mi attrezzai con un contenitore pieno di ghiaccio, con una borsa che potesse contenerlo senza dare nell’occhio, per poi mettere un allarme sul mio cellulare. Al momento opportuno mi scusai con i miei ospiti, feci tutto quello che dovevo e poi tornai a godermi il resto della serata. Quel giorno imparai che la mia vita era più grande della sola fecondazione assistita e che avrei avuto la forza di gestire quest’ultima insieme a tutte le altre importanti attività di lavoro e divertimento, piuttosto che vivere soltanto in funzione di quella.


un embrione umano

Il terzo esempio di cui volevo parlare è quello che è più collegato alla speranza. Prima del nostro primo ciclo di FIV i medici ci mostrarono le possibilità numeriche di un successo… ed erano davvero basse. Quello fu un momento pieno di confusione, frustrante e scoraggiante. Malgrado ciò ci adattammo alle montagne russe di emozioni, giocando sulla complicità. Scherzavamo spesso immaginando di avere atteso tanto per poi magari incappare in una coppia di gemelli, ma segretamente ognuno dei due pensava che, in fondo, due gemelli sarebbero stati perfetti. Così andammo avanti insieme, convinti che avremmo battuto le probabilità e ce l’avremmo fatta grazie alle tecniche di fecondazione assistita.


Imparammo a nostre spese che la Scienza offre grandi aiuti ma non proiettili d’argento e che le probabilità che ci avevano prospettato erano reali. Anzi, affrontammo un secondo ciclo per altro in un periodo in cui avremmo anche dovuto traslocare. I medici ci anticiparono che le probabilità erano scese ulteriormente. E infatti malgrado tutta la nostra volontà non funzionò.  A questo punto ci prendemmo una pausa. Erano giorni di lacrime, di cuore spezzato, di riflessioni, di ricerca di altre opzioni e di sguardi indietro alla vita che avevamo e che adesso era completamente e ostinatamente dedicata a quell’obbiettivo.


Dopo un po’ ci riprovammo. Nuova città, nuovo dottore, nuovo protocollo, una serie di attività collaterali dedicate a un migliore stile di vita… niente che potesse modificare le possibilità che avevamo a disposizione, ma aver staccato per un po’ mi aveva infuso nuova fiducia in quegli embrioni, per i quali attendevo soltanto il risultato positivo del test. Dopo tutto – pensavo con naturalezza tra me e me – se non credessi in loro io che sono la loro mamma, chi mai dovrebbe?


Ebbene, uno di quegli embrioni oggi è il mio bambino di cinque anni!


Quando nostro figlio aveva un anno e mezzo di vita ritornammo dai medici che ci avevano assistito nel percorso che ci aveva portato a lui, con la speranza di aggiungere un altro definitivo tassello alla famiglia che avremmo avuto piacere di avere. In ognuno dei tentativi che seguirono – altri tre in totale prima di ottenere un successo – abbiamo proseguito a credere nei nostri embrioni, chi altri più di noi avrebbe dovuto farlo?


C’è voluta una quantità incredibile di forza dentro di me per superare tutte le disillusioni affrontate per avere la famiglia che sognavo, ma il percorso tortuoso che ho affrontato mi ha in qualche modo fatto crescere, mi ha permesso di capire quanta determinazione e forza di volontà avessi. Anche se le cose non fossero andate bene io comunque avrei acquisito una consapevolezza più alta di me, dei miei limiti ma soprattutto delle mie capacità.


La mia storia non è la vostra. La mia vita non è la vostra. I fatti che mi hanno portato a sentirmi più forte e a sviluppare in me una fede nelle cose positive sono sicuramente diversi da quelli che incontrerete nella vostra vita. Ma spero che anche voi abbiate la capacità di guardare con onestà dentro di voi e capire quanto siete forti, quante cose complicate avete vissuto per arrivare dove siete, consce probabilmente che sareste in grado di fare ancora di più, e di migliorare come persone, nel farlo.”

By |2018-06-18T14:40:29+01:00Giugno 18th, 2018|Categories: Blog|Tags: , , , |2 Comments

Infertilità come sintomo di un aumento del rischio di cancro?

Uno studio approfondisce il rapporto tra infertilità nelle donne e aumento del rischio di cancro

L’assenza di gravidanza è di per sè un problema molto importante per una coppia. Per una donna, però, potrebbe essere anche un campanello di allarme in più relativo alla propria salute. Un nuovo studio statunitense, infatti, rileva che l’infertilità nelle donne potrebbe essere sintomo di una malattia più grave e indicare, quindi, un maggior rischio di morte precoce.


In una prima analisi, costruita per raccogliere dati che supportassero questa ipotesi, i ricercatori hanno scoperto che le donne infertili hanno una possibilità di morire prematuramente del 10% in più rispetto a quelle in grado di concepire e il 45% di probabilità in più di morire di cancro al seno.

Presentati al congresso annuale dell’American Society for Reproductive Medicine (ASRM) di San Antonio, i risultati descrivono ma non spiegano quale legame ci possa essere tra infertilità e mortalità precoce. Il fatto che però vi sia un’associazione con il tumore del seno e con il rischio di morte per diabete ha spinto i ricercatori ad indagare nello spettro dei disturbi correlati agli ormoni.


È importante ricordare che stiamo parlando del primo vero studio che ha indagato questo fenomeno, anche se molto approfondito visto che ha seguito più di 78.000 donne per 13 anni, il 14% delle quali aveva denunciato una condizione di infertilità conclamata o l’incapacità a concepire dopo più di un anno di tentativi.

Anche se l’incidenza del diabete era simile, confrontando quella rilevata in donne fertili e in donne in difficoltà, l’aumento del rischio di morte per malattie correlate a disfuzioni endocrine tra cui diabete e cancro al seno era molto più alto in presenza di infertilità.

Una cosa molto interessante è che i dati hanno anche messo in risalto come l’infertilità non fosse invece collegata ad un aumento dei tassi di tumore ovarico o uterino.


In passato l’associazione tra infertilità e malattia medica era stata studiata molto approfonditamente nella popolazione maschile, mentre quella tra la fertilità di una donna e la sua salute generale non era mai stata esaminata attraverso uno studio così solido.

Questa scoperta apre a potenziali opportunità per lo screening e la diagnosi preventiva, dedicata alle donne infertili.

Tra le nubi di conoscenza relative alla correlazione tra questi fenomeni la scienza ha alcune certezze, per esempio quella che avere un bambino ad un certo punto nella vita, per una donna, è protettivo per la salute: i dati di alcuni studi compiuti su donne che non hanno mai avuto figli evidenziano come queste siano a maggior rischio di malattie cardiovascolari e di diverse neoplasie.


Attualmente circa 1 donna su 8, in Europa, sviluppa il cancro al seno ad un certo punto della vita. In tutte le forme di cancro al seno consciute, circa l’85% delle donne sopravvive per almeno 5 anni dopo la diagnosi e il 77% per 10 anni.

La diagnosi precoce che può essere ottenuta attraverso uno screening proattivo che coinvolga gruppi di donne particolarmente a rischio, migliora significativamente le possibilità di sopravvivenza. In questo senso, al di là dei test genetici che già esistono, la difficoltà di avere un bambino potrebbe essere uno dei migliori marcatori precoci per combattere il cancro in futuro.


Servono comunque ulteriori approfondimenti per capire se in alcuni pazienti può esserci un problema medico di base che si presenta anche sotto la forma di infertilità durante gli anni riproduttivi ma che poi contribuisce allo sviluppo di malattie correlate all’endocrino negli anni successivi della vita. Lo studio di cui abbiamo parlato è un primo passo in questa direzione.


By |2018-05-02T11:47:25+01:00Maggio 2nd, 2018|Categories: Blog|Tags: , , , , , |0 Comments
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